Archivio dell'autore: adimer passing

Berlinguer e i padroni


Negli anni ’70 girava tra gli studenti, compresi quelli della sinistra extraparlamentare, figuri sconosciuti a questa bella e moderna società, una graziosa storiella che qui riporto.

Mentre un gruppo di operai sono impegnati nella manutenzione di una strada e nella posa dell’asfalto, si avvicina un avvenente giovanotto con una bella Maserati e, rivolgendosi agli operai li provoca: “Allora! mi spiegate perché i padroni sono pieni di soldi e non fanno niente e voi che lavorate come delle bestie invece restate sempre dei morti di fame?”
Allora uno degli operai punta il badile per terra ed appoggiandosi con il gomito al manico dell’attrezzo, gli risponde: “Si, ridi ridi, ha detto così Berlinguer che quando vinceremo le elezioni saranno i padroni a lavorare!”
Passa il tenpo, si tengono le elezioni e il P.C.I. le vince.
Dopo qualche tempo, lo stesso giovanotto, passando per la stessa strada, ma con una splendida Ferrari nuova fiammante, incrocia un altro cantiere dove riconosce gli stessi operai al lavoro.
Così si ferma e chiede con divertita ironia: “Allora? Avete vinto le elezioni, come mai che siete qui? Non dovevano lavorare i padroni?”
E lo stesso operaio risponde: “Ha detto così Berlinguer che adesso i padroni siamo noi!”

A distanza di tanti anni mi piace ricordare questa storia con un po’ di nostalgia.
Ma soprattutto mi chiedo: ma, allora era vera?

2 commenti

Archiviato in Memories

Il commesso farmacista


Ho per amico un bell’originale
commesso farmacista. Mi conforta
col ragionarmi della sposa, morta
priva di nozze del mio stesso male.

“Lei guarirà: coi debiti riguardi,
lei guarirà. Lei può curarsi in ozio;
ma pensi una modista, in un negozio…
Tossiva un poco… me lo scrisse tardi.

Torna!… Tornò, sì, morta, al suo villaggio.
Pagai le spese del viaggio. E costa!
Vede quel muro bianco a mezza costa?
è il cimitero piccolo e selvaggio.

Mah! Più ci penso e più mi pare un sogno.
La dovevo sposare nell’aprile;
nell’aprile morì di mal sottile.
Vede che piango… non me ne vergogno.”

Piangeva. O morta giovane modista,
dal cimitero pendulo fra i paschi
non vedi il pianto sopra i baffi maschi
del fedele commesso farmacista?

“Lavoro tutto il giorno: avrei bisogno
a sera, di svagarmi; lo potrei…
Preferisco restarmene con lei
e faccio versi… non me ne vergogno.”

Sposa che senza nozze hai già varcato
la fiumana dell’ultima rinunzia,
vedi lo sposo che per te rinunzia
alle dolci serate del curato?

Vedi che, solo, e affaticati gli occhi
fra scatole, barattoli, cartine,
preferisce le tue veglie meschine
alle gioie del vino e dei tarocchi?

“Non glie li dico: ché una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio;
poi, sarebbe un’offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.

Mi pare che soltanto al cimitero,
protetti dalle risa e dallo scherno
i versi del mio povero quaderno
mi parlino di lei, del suo mistero.”

Imaginate con che rime rozze,
con che nefandità da melodramma
il poveretto cingerà di fiamma
la sposa che morì priva di nozze!

Il cor… l’amor… l’ardor… la fera vista…
il vel… il ciel… l’augel… la sorte infida…
Ma non si rida, amici, non si rida
del povero commesso farmacista.

Non si rida alla pena solitaria
di quel poeta; non si rida, poi
ch’egli vale ben più di me, di voi
corrosi dalla tabe letteraria.

Egli certo non pensa all’euritmia
quando si toglie il camice di tela,
chiude la porta, accende la candela
e piange con la sua malinconia.

Egli è poeta più di tutti noi
che, in attesa del pianto che s’avanza,
apprestiamo con debita eleganza
le fialette dei lacrimatoi.

Vale ben più di noi che, fatti scaltri,
saputi all’arte come cortigiane,
in modi vari, con lusinghe piane
tentiamo il sogno per piacere agli altri.

Per lui soltanto il verso messaggiero
va dal finito all’infinito eterno.
“Vede, se chiudo il povero quaderno
parlo con lei che dorme in cimitero.”

A lui soltanto, o gran consolatrice
poesia, tu consoli i giorni grigi,
tu che fra tutti i sogni prediligi
il sogno che si sogna e non si dice.

“Non glie li dico: ché una volta detti
quei versi perderebbero ogni pregio:
poi sarebbe un’offesa, un sacrilegio
per la morta a cui furono diretti.”

Saggio, tu pensi che impallidirebbe
al mondo vano il fiore di parole
come il cielo notturno che lo crebbe
impallidisce al sorgere del sole.

Di me molto più saggio, che licenzio
i miei sogni, o fratello, tu mantieni
intatti fra le pillole e i veleni
i sogni custoditi dal silenzio!

Buon custode è il silenzio. E le tue grida
solo la morta giovane modista
ode: non altri della folla, trista
per chi fraternamente si confida.

Non si rida, compagni, non si rida
del poeta commesso farmacista.

Guido Gozzano

4 commenti

Archiviato in Poetry

Quartina


Je suis François, dont il me poise
Né de Paris emprès Pontoise
Et de la corde d’une toise
Saura mon col que mon cul poise.

= = = = =

Io sono François e ciò mi pesa
Nato a Parigi presso Pontoise
E dalla corda lunga una tesa
Il mio collo saprà quanto il mio culo pesa.

François Villon

1 Commento

Archiviato in Poetry

Le ultime parole di una madre morente al figlio che diventerà marinaio


Non potrai più restare
tra questi muri scuri
che abbiam chiamato casa
per rispetto di noi stessi.

Ciò che ti resta da fare
è imbarcarti al più presto.
Sarai un buon marinaio.
Come tuo padre.

Sei come gli altri sventurati
che escono bambini
da questi tuguri
senza poter far altro
che i mozzi o i pirati.

Con tutto il mare che avete davanti
dovrete viaggiare su rotte segnate
da altri.

Da uomini mai conosciuti:
i proprietari delle navi
e delle leggi.

E nei momenti d’ozio
avrete la libertà
di farvi tatuare una sirena sul petto,
giocare ai dadi
o prendervi a pugni nei bordelli.

Eppure continuiamo a generare braccia
di marinai
o pirati
di ubriachi
o dannati.

Non puoi fuggire
figliolo
dalla miseria della tua mappa.

Ognuno è quel che è.
Quel che sei
è il tuo destino.
E il vostro destino è il mare.

Siete nati diversi
ma morirete uguali.

Allan Slowal

3 commenti

Archiviato in Poetry

Jolly Roger


Era nera
la vecchia bandiera,
le vele spiegate come spade affilate.

L’estate
poggiava sul mare.
Le onde spingevano forte.

La morte
ci aveva sfiorati
più volte.
La rabbia ci aveva salvati.

Rancore e sgomento.
Filava di dritta al silenzio
la nave che cigola al vento.

Vendetta verrà domattina.
L’assalto al sapor del veleno
che fece di noi quel che siamo:
pirati sfregiati e spietati
banditi da tutte le corti.

Ma forti
perché abbiamo mille ragioni
e liberi e senza padroni.

La luna
soltanto
ci guarda stanotte.
Son bianchi i pennoni
e le vele maestre.

Se pur di ladroni
son bianche
le anime nostre.

Allan Slowal

5 commenti

Archiviato in Poetry

La notte prima di un possibile attacco dei pirati


In coperta nel cuor della notte
sento la nave avanzare
mentre osservo la luna
e la calma del mare.

E ripenso a mio padre,
sulle rotte lontane
che mia madre
non poté più aspettare

perché presto la prese la morte
in un pallido e tetro mattino.

Marinaio a mia volta
senza minima colpa
se non la mia sorte.
crebbi solo guardando
il mio buio destino.

Ogni giorno il lavoro
di funi e di cielo
mi ha insegnato a sentire
il pericolo e il vento.
Il maltempo e i pirati.

E li sento
crudeli e dannati
figli d’odio e violenza
fanno stragi ad ogni arrembaggio.
Sanno togliere fiato e speranza
a ogni nave e al piegato equipaggio.

Scampato a tifoni e uragani
potrei già morire domani
per mano di folli banditi.

E ancora mi chiedo sgomento
che senso avrà mai questa vita
appesa ai pennoni e le vele
di una povera nave nel vento.

A nessuno fu data risposta,
nemmeno agli uomini grandi
che san leggere e sanno pensare.

Che senso ha il mio aspettare
di vedere mio padre tornare,
e domani una nave bruciare
come vidi mia madre morire.

Lo chiedo alla luna stavolta
anche se
già lo so
non le importa.

Allan Slowal

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

Pioveva al sesto piano


Pioveva al sesto piano
e l’orizzonte
era di nuvole basse.

Il futuro
guardato con un cannocchiale al contrario.

Ogni granello della clessidra
riguardava noi
ma allora
era solo sabbia.

Ora che vi ho persi
quella sabbia mi manca
sotto i piedi.

Ora
sono oltre quelle nuvole basse.
Sto in silenzio
sotto la pioggia.

Allan Slowal

4 commenti

Archiviato in Poetry

Alexander Throckmorton


In youth my wings were strong and tireless,
But I did not know the mountains.
In age I knew the mountains
But my weary wings could not follow my vision –
Genius is wisdom and youth.

Edgar Lee Masters
“Spoon River Anthology”.

5 commenti

Archiviato in Poetry

I am the little man


I am the little man
Who populates the road,
The man that long ago
You tortured with a nod,
For fun or to keep order
Or in the name of God.

I am the countryman
Who gave his sons and wife,
His harvest with his life.

And I am the soldier too,
The dummy and cannon fodder
Who followed any brand
And for a song he took
The others’ lands for you.

I am the little man
Who hopes but little can.
In every life I cower
Though you don’t seem the same,
Instead you always claim
The arrogance I met,
The usual thirst of power,
The human blindness yet.

Allan Slowal

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

Un quesito per non dormire…


Se Leopardi fosse vissuto, per esempio, nella pianura intorno a Milano, in una villetta a schiera la cui siepe il guardo esclude verso il giardino del vicino, avrebbe scritto “L’infinito”?
Chissà.

4 commenti

Archiviato in Uncategorized

Saurburland. Anno 2213. Un racconto di fantascienza


Saurburland, 2213.
Tra le varie attività rimaste dopo la crisi delle crisi, vi era l’allevamento dei cavalli.
Essi, normalmente, venivano tenuti con la schiena per terra e le zampe in alto, come era stato deciso dal popolo sovrano, che quindi ne portava tutto il peso della responsabilità e ne pagava le eventuali conseguenze.
La manutenzione dei corral e delle stalle, l’acquisto della biada, i costi dei prodotti veterinari, nonché le spese per la carta, i software, gli hardware, i datawarehouse, gli informatici, gli ingegneri, gli statistici, gli amministrativi, i tecnici, i legali, i consulenti, i meteorologi, i fisici, le ballerine e le paghe dei cow-boys, alla fine dell’anno superavano di gran lunga i ricavi. Considerata anche l’incomprensibile moria dei cavalli.
I capi delle contee, chiamati periodicamente presso la sede del governo, recepivano le ultime direttive.
Questi si rivolgevano quindi agli horse-manager per istruirli sulle nuove procedure.
Gli horse-manager, organizzavano delle riunioni con i direttori dei ranch, ai quali venivano dati prospetti da compilare, modelli da redigere, situazioni da descrivere, protocolli di qualità a cui attenersi, codici etici da rispettare e far rispettate, compiti da assegnare.
I Direttori dei ranch riunivano i vari direttori di settore ai quali spiegavano le nuove normative.
I direttori di settore organizzavano lunghe riunioni con i dirigenti, i dirigenti con i soprastanti e alla fine i soprastanti riferivano ai cow-boys le poche cose che dovevano sapere.
Perciò, in ottemperanza a quanto disposto, venivano contati i peli delle code dei cavalli, i peli delle criniere, venivano fatte descrivere le sfumatore dei colori del manto, venivano contate le eventuali macchie bianche sulla fronte dei cavalli, si facevano tingere gli zoccoli e si faceva in modo che i cow-boys, esortati all’obbedienza da appositi motivatori, venissero valutati mediante meccanismi di giudizio annuale attraverso i quali avrebbero potuto subire severe sanzioni. Soprattutto se si fossero lamentati per la posizione in cui venivano tenuti i cavalli.
Infine, i dati raccolti venivano poi inoltrati a commissioni che li recepivano e li inoltravano a loro volta ad altri esperti che li immettevano in speciali programmi informatici che favorivano un’analisi dei risultati.
Nonostante tutte queste lodevoli iniziative, i cavalli morivano lo stesso e i guadagni non arrivavano mai. Perciò vennero chiamati al loro capezzale degli esperti dottori commercialisti. Ma anche così i risultati non cambiavano. Anzi, peggioravano.
Ad un certo punto il presidente del paese prese una drastica decisione.
Istituì una commissione di 100 esperti, i migliori: avvocati, esperti della comunicazione, giornalisti, banchieri, artisti e registi (questi per far contenta l’opposizione), geologi e milionari vari, spendendo l’equivalente della paga di 100.000 cow-boys per 10 anni.
Vennero quindi istituite altre commissioni locali formate da economisti, statistici, designer, ex calciatori e stilisti, per una spesa pari alla paga di altri 100.000 cow-boys per 10 anni.
La commissione principale, acquisiti i pareri delle commissioni locali, stese una relazione il cui scopo precipuo era ottenere, attraverso la razionalizzazione dell’attività, un rapido processo che, con efficienza ed efficacia, risolvesse i problemi dei ranch. Perciò, dopo alcuni anni, si giunse all’unanimità alla decisione di assumere delle drastiche iniziative per il bene del paese, nell’interesse della nazione e dei cittadini, che, per altro, accolsero con entusiasmo e grande soddisfazione questa novità.
Quindi, alla fine del processo di innovazione, vennero date disposizioni affinchè venisse stipulato un contratto con un’azienda specializzata che, con regolarità, grande severità e giusta determinazione, si occupasse quotidiamnamente di frustare i cow-boys.

A.S.

Lascia un commento

Archiviato in Short stories

Il viaggio di Rimbaud


Ho teso catene dorate
da stella a stella.

Sotto una spessa brezza
di nuovo lascerò la Francia,
figlia primogenita della Chiesa.

Partirò
in cerca di una penetrante carezza,
qualche liquore d’oro
e climi perduti.
Tra caldi cromatismi leggendari
creature perfette,
impreviste,
volteggeranno fra le uva spine.
Riderà il sangue nelle vene.

Un tempo,
lasciato alle mie noncuranze,
vidi la risata dell’idiota,
lussi oziosi
aggrappati al seno dei poveri
mentre ero
una brutta insegna di locanda.

Un raggio bianco,
cadendo dal cielo,
annientò quella commedia.

Amo il deserto, i frutteti bruciati,
le botteghe sbiadite.
La notte rotola nei miei occhi
ai ritmi ingenui
dei miti del passato.

Ormai
il futuro gonfia le vele:
lascio a terra
la luce diluviale
dei versi di un poeta.

Soggetto di Allan Slowal.

A parte “il futuro gonfia le vele”, che è un’idea mia, tutti i versi sono di Arthur Rimbaud, quelli che preferisco, legati insieme allo scopo di immaginare la partenza per l’Africa nell’estate del 1880. Avevo scritto una cosa analoga 100 anni fa, al liceo, ma non l’ho più. L’ho raccontato a Giuseppe e lui ha così insistito perché la riscrivessi… Il risultato, rispetto a 100 anni fa, è una cosa più pacata. La precedente risentiva di più di “Una stagione all’inferno”. Trovo questa cosa discutibile ma interessante…

3 commenti

Archiviato in Poetry

16 Giugno 2013


Anche Giuseppe compie gli anni.
Auguri vecchio SoG!
Adesso faccio un post per farti un regalino.
A.S.

3 commenti

Archiviato in Da ricordare

14 Giugno 2013


1975 11 12 11 Guccini in piedi orizz Part Compr

Guccini compie 73 anni.
Auguri!

(La ragazza che si vede sullo sfondo è Julie, australiana, diventata greca per ragioni di metrica in “Canzone per Francesco” che Vecchioni scrisse quella notte di novembre del 1975. Quando Guccini aveva 35 anni…)

Ancora auguri.

2 commenti

Archiviato in Da ricordare

Tutti i vantaggi del liberismo


White Verticale

Allan Slowal

2 commenti

Archiviato in Poetry

I bambini nel cortile della scuola


Ci sono tante cose belle al mondo.
Una, per esempio,
è il frastuono inconfondibile
dei bambini che giocano
nel cortile di una scuola elementare.

Vederli correre,
gridare felici,
ridere spensierati
che gioia che dà.

Non uscite mai da quell’allegro vociare,
amate il vostro libro di lettura.
Sognatene i sogni.
Siate gentili con i vostri compagni.
Abbracciate il vento finché potete.

Fuori di lì
c’è l’orco,
la strega malvagia,
l’uomo nero,
il lupo cattivo che vi aspetta.

Non cercate un motivo.
È l’Europa che ce lo chiede.

Allan Slowal

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

Le panchine


Sorgete dalla brumosa mattina
in attesa dei cani
che vengono nel parco.
I loro padroni
indossano tute o pigiami
e hanno pensieri spettinati.
Più tardi vengono
uomini tarchiati e scuri
con barattoli e discussioni.
Se la sbrigano in un’ora
e se ne vanno.
Non c’è nessuno per un po’.
Poi quarantenni sfaccendati
e cinquantenni con un trancio di pizza
in un sacchetto unto.
Dopo mezzogiorno
ecco i ragazzi.
Appoggiano zaini e scarpe
sulle sedute sporche
di guano
e dipingono di vita la vita
per pochi bellissimi istanti.
I quarantenni si alzano
e se ne tornano a spasso.
I cinquantenni frugano nelle tasche
trovando solo presagi
mentre guardano i ragazzi passare.
Altri giovani intristiti in fretta,
con la faccia da scommessa,
non si accorgono di voi
mentre attraversano il giardino
per andare a giocare.
Ora aspettate altri stranieri.
Si affollano alle cinque
con telefoni e bottiglie.
Sembrano urlare
ma invece chiacchierano soltanto.
Alle sette se ne vanno.
Durante la sera umida
guardate come passatempo
le signorine sulla strada
che salgono su automobili di sconosciuti
o di affezionati.
Infine vi assopite
aspettando un nuovo giorno,
sognando i vecchi amici,
quelli di una volta.
Ma non ci saranno.
Non verranno nemmeno domani:
gli anziani
devono andare a lavorare.

Allan Slowal

2 commenti

Archiviato in Poetry

Voce debole


Un paese di luci nel buio
poi case strade alberi panchine.
Tutto riprende fiato in apparenza.

Penso sempre di chi non può
dare fine alla stanchezza
oltre il tormento.

Di un tempo nuovo
vorrei dare voce e
sulla soglia imporre scelte.

Guardare fisso davanti a me
dopo aver passato
volta a volta tutti i tavoli.

Fuori dalla porta il lessico di ogni ombra.

Vito Plumari
da “Tinte sospese”
Casa Editrice Marna

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

7 Giugno 2013: Oggi su Tiscali – Articolo di Mauro Baldrati


Oggi ho letto questo articolo sul sito di Tiscali (www.tiscali.it). Ho cercato di poter chiedere il permesso di postarlo, ma non sapevo come fare. Nel dubbio lo posto.
Il link è:
http://notizie.tiscali.it/socialnews/Baldrati/7775/articoli/Gli-imprenditori-invocano-misure-per-l-occupazione-Intanto-portano-le-loro-fabbriche-all-estero.html

Gli imprenditori invocano misure per l’occupazione. Intanto portano le loro fabbriche all’estero
di Mauro Baldrati

È opinione diffusa che uno dei problemi più urgenti, e più drammatici, del nostro paese sia rappresentato dalla disoccupazione. Ogni anno, ogni mese si bruciano posti di lavoro. In particolare la disoccupazione giovanile è una piaga che appare senza soluzione, nonostante i proclami e gli appelli che provengono da ogni parte, politica, imprenditoriale e sindacale. I giovani sembrano addirittura avere perso la prospettiva di un impiego. Chi ha figli che si affacciano al mondo del lavoro, o che stanno per farlo, conosce il loro senso di rassegnazione, che chiude lo stomaco e fa stringere il cuore.
È colpa della crisi, si dice. Lo dicono tutti. La crisi sembra un’entità metafisica, incorporea, maligna, che cala sulle nostre vite come una pestilenza. Chissà da dove viene, e perché. Bisogna fare qualcosa! Dobbiamo assolutamente combattere la disoccupazione giovanile!
In prima linea a lanciare questi appelli accorati ci sono molti imprenditori. Come cittadini, come uomini e donne, sono sinceramente preoccupati, colpiti, indignati. Almeno così sembra. Siamo tutti sulla stessa barca, pare, uniti nella ricerca di una soluzione. A qualunque costo.
Peccato che proprio gli imprenditori italiani siano tra i maggiori responsabili di questo dramma. La crisi non è una pestilenza. E’ generata da un sistema capitalistico malato, anarchico, predatorio, dominato dalla finanza e dalla speculazione. E molti imprenditori italiani hanno pensato di risolvere la situazione di un aumento dei costi non con la ricerca, non con la qualità e gli investimenti, ma delocalizzando le imprese.
È questa una piaga gravissima. Fiat, Geox, Bialetti, Omsa, Benetton, Ducati, Dainese, Calzedonia, Stefanel, solo per citarne alcuni, hanno chiuso stabilimenti, o li hanno fortemente ridimensionati, per delocalizzare il lavoro Polonia, Russia, Cina, Vietnam, Croazia, Bulgaria, Tunisia. In quei paese il lavoro costa fino al 75% in meno, e i diritti sindacali sono quasi o del tutto inesistenti. E i lavoratori di quelle imprese? Licenziati, o in cassa integrazione. Che viene pagata da noi. Lo stato paga il prezzo dei fallimenti di molti, o la ricerca di maggiori profitti a costo quasi zero. E tra quei lavoratori ci sono molti giovani. Che sono stati espulsi dal mondo del lavoro o che non vi entreranno mai.
La delocalizzazione selvaggia non solo causa disoccupazione e pesa sulla collettività, ma danneggia il made in Italy, che costituiva una delle nostre eccellenze. E quindi produce altra crisi, altra disoccupazione. Questo gli autori degli appelli non lo dicono. Mai.
E tra gli imprenditori lanciatori di appelli c’è anche il loro presidente, Giorgio Squinzi. Non dubitiamo del suo patema d’animo quando si duole per la disoccupazione giovanile: “Con i dati tragici sull’occupazione giovanile dobbiamo essere capaci di creare al più presto le condizioni per nuovi posti di lavoro” ha dichiarato recentemente.
Creare al più presto le condizioni. Peccato che proprio qualche giorno fa abbia inaugurato la quarta fabbrica polacca del suo gruppo, a Barcin. E sia ormai in fase di chiusura la Promer srl di Bari, una controllata dalla sua Mapei (fonte l’Espresso). Così, oltre alla disoccupazione giovanile, si dà anche una bella mano al Mezzogiorno!

06 giugno 2013

4 commenti

Archiviato in Punti di vista

6 Giugno 1944 – Sbarco in Normandia


IMG_3039 Le Cliquet - Il nottolino Compr
“Questo giocattolo qui non ve lo diamo per divertirvi: può salvarvi la vita!
Prenderete terra al buio e, dall’altra parte di un cespuglio, c’è magari uno che non porta una divisa uguale alla vostra.
Così a un tac si deve rispondere con due tac. E se non otterrete questa risposta: buttarsi a terra e aprire il fuoco. Ripeto: buttarsi a terra e aprire il fuoco”.
Così diceva John Wayne nel film “Il giorno più lungo” nei panni del colonnello Benjamin Vandervoort (82nd Airborne Division).

Intendeva “Le cliquet”, il nottolino, che lui chiama “cricket”, grillo, tradotto in “la cicala”.
Era stato dato in dotazione ai paracadutisti americani prima di buttarsi nel buio della Francia.
Mi metto nei loro panni e mi vengono un mare di pensieri. Ma soprattutto brividi…
E non voglio pensare al fatto che il mondo dimentica così in fretta per potere spensieratamente ripetere gli stessi errori.

A.

Lascia un commento

Archiviato in Da ricordare

Vaticinio


PADRONI A CASA NOSTRA!
Ma se casa tua è dei cinesi, di che cosa sei padrone?
In via Bellerio ci faranno un bel magazzino…
A.

Lascia un commento

Archiviato in Appunti

Quel tocco di rosso


Sfugge un gesto
e che imbarazzo tu.
Fremito di un intervallo
inaspettato delicato.
Arrossire per una certezza?
Accenni un sorriso
e un soffio di voce.
Colto dal mio sguardo…
Quel tocco di rosso.
Più di noi questo volo e
non chiedermi come.

Vito Plumari
da “Tinte sospese”
Casa Editrice Marna

Ieri ho incontrato Vito e gli ho chiesto se potevo postare una sua poesia.
E mi ha detto di si!

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

Mille cose


Avevo mille posti
dove andare a dormire
dove restare sveglio
a declamar follia.

Avevo mille cose
domani da finire.

Avevo mille ragioni
per affrontare la vita
a muso duro
senza paura.

E ora sono qua
questa notte
stanco.
E la vita…
eh, la vita gira al largo!

Allan Slowal

4 commenti

Archiviato in Poetry

Desiré La nostalgia


2 commenti

Archiviato in Music

Terry St Clair


Terry St Clair plays “Remember me” in Covent Garden.
Written by Terry St Clair this song is recorded in the CD
bLACK wHITE.
Great.
A.

Lascia un commento

Archiviato in Music

Lo smartphonetariato


Una volta ho visto un servizio in televisione, nel quale, un uomo, in Africa, con il proprio cellulare, controllava a distanza la caffettiera a casa sua e qualche altro aggeggio. Aveva una casa domotica. E il cronista ne esaltava l’utilità.
Solo che la casa era una baracca senza pavimento che dava su un villaggio di fango e niente. E allora ho pensato: siamo solo smartphonetari. Indipendentemente dal resto. Dalla casa, dal lavoro, dai doveri e dai diritti.
Così mi chiedo sempre: ma perché lo smartphonetario, invece di occuparsi di apps e quant’altro, non si occupa del fango davanti alla sua casa?
Perché lo smartphonetariato accetta di andare in pensione a cent’anni pur di possedere oggetti?

E allora mi è venuto in mente Marcuse:

“Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare fino all’istupidimento, quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari.
……………………………………………………………………………………….
La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi. La libera scelta tra un’ampia varietà di beni e di servizi non significa libertà se questi beni e servizi alimentano i controlli sociali su una vita di fatica e di paura – se, cioè, alimentano l’alienazione.
E la riproduzione spontanea da parte dell’individuo di bisogni che gli sono stati imposti non costituisce una forma di autonomia: comprova soltanto l’efficacia dei controlli”.

Herbert Marcuse – L’uomo a una dimensione – 1964

E la spiegazione a questo passo l’ho trovata in un video di Natalino Balasso su You Tube. Basta digitare “Balasso testimonial televisori 3D”.

A.

2 commenti

Archiviato in Appunti

Ai confini del silenzio


Nuvole scure
su tetti desolati.

Nell’autunno
s’inseguono i ricordi
e sono foglie al vento.

Si sommano alla vita
resoconti mai finiti,
bilanci
tirati ad inventare.

Si affacciano dolenti
ghirlade di pensieri
su ruggini cancelli.

La strada è sempre quella.

La gente
saluta mentre passa.

Allan Slowal

Lascia un commento

Archiviato in Poetry

Silvano Paganelli


Circolo Copertina Compr

Silvano Paganelli – Circolo – 1973

Lascia un commento

24/05/2013 · 15:19

Le piume degli angeli


Io conto le piume delle ali degli angeli.
Parto dai più piccoli ai più grandi.
Un mio collega conta le piume partendo dai più grandi ai più piccoli.
Un altro conta le piume dall’interno all’esterno.
Un altro ancora le conta dall’esterno all’interno.
Un altro conta quelle piccole.
Un altro quelle grandi.
Se non quadriamo, ricominciamo.
Ma tutto con urgenza perché bisogna dare I DATI.
Quello che riceve I DATI li passa ad un altro che li gira ad un altro
che li allega ad una relazione più ampia sul creato.
Il tutto va subito in archivio.
Su un angelo che lavora, 1000 stanno a contargli le piume.
Di questi 1000, 250 guadagnano 4 volte quello che guadagna lui.
100, 50 volte, 50, 100 volte, 10, 1000 volte.
E tutti si aspettano miracoli dal capo del paradiso.
Mentre il paradiso sta diventando un inferno.
Un paradossale, inutile e colpevole inferno.

Allan Slowal.

5 commenti

Archiviato in Appunti

Tredici di Giugno


Solo una volta
nella vita
è quel tredici di giugno.

Una stella
luminosa
s’allontana.

Ora tace
nella notte
il cuore
e l’anima
lo piange.

Allan Slowal

Lascia un commento

Archiviato in Poetry