Ho teso catene dorate
da stella a stella.
Sotto una spessa brezza
di nuovo lascerò la Francia,
figlia primogenita della Chiesa.
Partirò
in cerca di una penetrante carezza,
qualche liquore d’oro
e climi perduti.
Tra caldi cromatismi leggendari
creature perfette,
impreviste,
volteggeranno fra le uva spine.
Riderà il sangue nelle vene.
Un tempo,
lasciato alle mie noncuranze,
vidi la risata dell’idiota,
lussi oziosi
aggrappati al seno dei poveri
mentre ero
una brutta insegna di locanda.
Un raggio bianco,
cadendo dal cielo,
annientò quella commedia.
Amo il deserto, i frutteti bruciati,
le botteghe sbiadite.
La notte rotola nei miei occhi
ai ritmi ingenui
dei miti del passato.
Ormai
il futuro gonfia le vele:
lascio a terra
la luce diluviale
dei versi di un poeta.
Soggetto di Allan Slowal.
A parte “il futuro gonfia le vele”, che è un’idea mia, tutti i versi sono di Arthur Rimbaud, quelli che preferisco, legati insieme allo scopo di immaginare la partenza per l’Africa nell’estate del 1880. Avevo scritto una cosa analoga 100 anni fa, al liceo, ma non l’ho più. L’ho raccontato a Giuseppe e lui ha così insistito perché la riscrivessi… Il risultato, rispetto a 100 anni fa, è una cosa più pacata. La precedente risentiva di più di “Una stagione all’inferno”. Trovo questa cosa discutibile ma interessante…