Oggi ho letto questo articolo sul sito di Tiscali (www.tiscali.it). Ho cercato di poter chiedere il permesso di postarlo, ma non sapevo come fare. Nel dubbio lo posto.
Il link è:
http://notizie.tiscali.it/socialnews/Baldrati/7775/articoli/Gli-imprenditori-invocano-misure-per-l-occupazione-Intanto-portano-le-loro-fabbriche-all-estero.html
Gli imprenditori invocano misure per l’occupazione. Intanto portano le loro fabbriche all’estero
di Mauro Baldrati
È opinione diffusa che uno dei problemi più urgenti, e più drammatici, del nostro paese sia rappresentato dalla disoccupazione. Ogni anno, ogni mese si bruciano posti di lavoro. In particolare la disoccupazione giovanile è una piaga che appare senza soluzione, nonostante i proclami e gli appelli che provengono da ogni parte, politica, imprenditoriale e sindacale. I giovani sembrano addirittura avere perso la prospettiva di un impiego. Chi ha figli che si affacciano al mondo del lavoro, o che stanno per farlo, conosce il loro senso di rassegnazione, che chiude lo stomaco e fa stringere il cuore.
È colpa della crisi, si dice. Lo dicono tutti. La crisi sembra un’entità metafisica, incorporea, maligna, che cala sulle nostre vite come una pestilenza. Chissà da dove viene, e perché. Bisogna fare qualcosa! Dobbiamo assolutamente combattere la disoccupazione giovanile!
In prima linea a lanciare questi appelli accorati ci sono molti imprenditori. Come cittadini, come uomini e donne, sono sinceramente preoccupati, colpiti, indignati. Almeno così sembra. Siamo tutti sulla stessa barca, pare, uniti nella ricerca di una soluzione. A qualunque costo.
Peccato che proprio gli imprenditori italiani siano tra i maggiori responsabili di questo dramma. La crisi non è una pestilenza. E’ generata da un sistema capitalistico malato, anarchico, predatorio, dominato dalla finanza e dalla speculazione. E molti imprenditori italiani hanno pensato di risolvere la situazione di un aumento dei costi non con la ricerca, non con la qualità e gli investimenti, ma delocalizzando le imprese.
È questa una piaga gravissima. Fiat, Geox, Bialetti, Omsa, Benetton, Ducati, Dainese, Calzedonia, Stefanel, solo per citarne alcuni, hanno chiuso stabilimenti, o li hanno fortemente ridimensionati, per delocalizzare il lavoro Polonia, Russia, Cina, Vietnam, Croazia, Bulgaria, Tunisia. In quei paese il lavoro costa fino al 75% in meno, e i diritti sindacali sono quasi o del tutto inesistenti. E i lavoratori di quelle imprese? Licenziati, o in cassa integrazione. Che viene pagata da noi. Lo stato paga il prezzo dei fallimenti di molti, o la ricerca di maggiori profitti a costo quasi zero. E tra quei lavoratori ci sono molti giovani. Che sono stati espulsi dal mondo del lavoro o che non vi entreranno mai.
La delocalizzazione selvaggia non solo causa disoccupazione e pesa sulla collettività, ma danneggia il made in Italy, che costituiva una delle nostre eccellenze. E quindi produce altra crisi, altra disoccupazione. Questo gli autori degli appelli non lo dicono. Mai.
E tra gli imprenditori lanciatori di appelli c’è anche il loro presidente, Giorgio Squinzi. Non dubitiamo del suo patema d’animo quando si duole per la disoccupazione giovanile: “Con i dati tragici sull’occupazione giovanile dobbiamo essere capaci di creare al più presto le condizioni per nuovi posti di lavoro” ha dichiarato recentemente.
Creare al più presto le condizioni. Peccato che proprio qualche giorno fa abbia inaugurato la quarta fabbrica polacca del suo gruppo, a Barcin. E sia ormai in fase di chiusura la Promer srl di Bari, una controllata dalla sua Mapei (fonte l’Espresso). Così, oltre alla disoccupazione giovanile, si dà anche una bella mano al Mezzogiorno!
06 giugno 2013